Le mie (s)fortunate storie d’Amore

Pensieri sparsi

In questi giorni sono senza forma. Scrivo frasi o qualche parola senza sentirmi predisposta a redigere articoli organici.
Le sensazioni e le idee fluttuano nel mio spazio intorno, un filo le unisce senza troppa fluidità. Così, oggi offro ciò che ho in questo momento, i miei pensieri sparsi.
Sto riflettendo sulle relazioni, sui rapporti umani che appaiono sempre più come un nodo coriaceo e, alle volte, scorsoio, che coinvolge un po’ tutti nella vita.

Relazioni concordate al giapponese

Tra le pagine letterarie che maggiormente mi hanno consegnato visioni vive e ampie sulle relazioni, vi sono quelle di Murakami Hakuri.
Noto narratore di origine giapponese, Murakami è, per me, un sapiente chirurgo fantasioso che incide le relazioni umane con estrema precisione.
Non c’è stato un suo libro che io non abbia letto nel quale non sia riuscita a ritrovarmi, anche solo in qualche riga, nelle sensazioni, nelle modalità, nell’essere un suo personaggio.
A mio avviso, Murakami è in grado di raccontare tutto il contorno invisibile, non manifesto e dunque, in potenza delle relazioni tra individui.
Il suo famosissimo 1Q84 ne è l’emblema.
Qui, l’autore pone in evidenza il limite delle illusioni e il coraggio di andare oltre queste.
In primis, quella del tempo mai troppo lungo o dilatato per attuare una decisione di cuore.

Le nuvole fluttuavano lente. Tengo, sotto quella luce, si rese conto con rinnovata intensità di come i movimenti del cuore potessero rendere relativo il tempo. Vent’anni erano lunghi, un periodo durante il quale molte cose potevano accadere. Nascere, finire, o cambiare forma e sostanza. Un arco di tempo lunghissimo. Ma non troppo lungo per un cuore determinato.” (tratto da 1Q84 – Libro 3, pag. 376).

I due protagonisti, Tengo e Aomame sono connessi da fili sottilissimi, da un sentire impalpabile, dall’osservare la Luna che si sdoppia e si fa tramite della loro unione. In quel lungo tempo illusorio, nascono e crescono l’uno dentro l’altra, senza perdersi o dimenticarsi tra le nefandezze della vita.
Si tratta di qualcosa di magico e irreale che però, se anche noi ci ascoltiamo dentro, appare alquanto plausibile.
Nelle opere di Murakami l’Amore non è mito ma viaggio ed esperienza da vivere.
L’autore è capace di trasmettere il concetto di oltre-forma, che anche con crudeltà permette di scoprire qualcosa di Sé attraverso l’Altro.
I personaggi di Murakami hanno spesso un background condiviso: individui dall’esistenza semplice, se non addirittura monotona, spesso solitari. In realtà, essi si fanno esplorare dal lettore mostrandosi, lungo le pagine, quali portatori di universi vasti, raccontatori di mondi altri che, più spesso di quanto si creda, vanno a visitare.

Su Kafka e l’uccello giraviti

Kafka sulla spiaggia e L’uccello che girava le viti del mondo, fanno emergere anche il rapporto con l’altro animale. In entrambe i romanzi, vi sono dei gatti che appaiono, scompaiono e individui che sanno dialogare con loro. Sembra che la realtà concreta importi poco, o meglio, essa si figura quale serie di indizi che conducono ad un mondo più ampio. Le rivendicazioni, gli addii, le morti che creano la trama narrativa, risultano relative. Ciò che conta sono i sentieri dell’Anima, l’Essenza celata dietro il nebuloso fumo di ciò che appare.

Non è mai come sembra

Tale assioma rappresenta un qualcosa che spesso ci dimentichiamo di tenere a mente.
La realtà percepita è solo un trancio di un dipanarsi più ampio e in potenza.
Murakami e i suoi personaggi mi hanno aiutata a sentirmi meno strana.
Nelle sue pagine, ho trovato esatti accordi con il mio sentire, tramutandoli in linguaggio, mi sono espressa attraverso essi.
È come se, nel leggere, avessi iniziato a far parte di una comunità invisibile fatta di parole, di lettori appassionati ma, soprattutto, di Anime in ricerca.
Così, parlo delle mie (s)fortunate storie d’Amore. Storie intese come narrazioni dei rapporti intessuti, Amore quale base da cui partire per costruire qualsiasi legame.
Le mie storie sono (s)fortunate a seconda di quale prospettiva scelgo per osservarle; se da quella interiore, della comprensione profonda, del viaggio esistenziale oppure se a partire da una visione di apparenza riassumibile in “battaglia persa”.
Forse, per alcuni, questa può apparire un’idea un po’ trasognata del vivere, del relazionarsi, in definitiva, dello stare nel mondo. Può anche risultare noiosa, in quanto indefinita, senza capo ne coda, senza limite.
Ci hanno insegnato a prendere ciò che desideriamo, a incastrarlo in una forma, ad ammutolirlo se avesse qualcosa da obiettare e poi a lasciarlo li, in attesa che venga sostituito da un nuovo desiderio. Anche questo, è pur sempre uno stile di vita che implica i suoi bilanciamenti di scelte e conseguenti rinunce.

Murakami in Nuova Zelanda

Ho ritrovato un po’ dell’autore giapponese nell’autobiografia della scrittrice neozelandese Janet Frame, che ho avuto modo di conoscere di recente. Janet racconta la sua storia in un modo in cui il lettore desidererebbe non finisse mai. Le storie dei singoli mi hanno da sempre affascinata forse per una mia personale deformazione a immedesimarmi e co-partecipare ai sogni altrui.

L’autrice non teme di offrire se stessa a un ampio pubblico, di descrivere la sua profonda sensibilità ambivalente: fonte di fantastici voli interiori e, al contempo, di estremo immobilismo nella vita fuori di Sé.

L’immagine esteriore che offriamo al mondo degli Altri è spesso parziale, illusoria, perfino distorta. Ben lo sa Janet che, senza batter ciglio, accetta una diagnosi di schizofrenia che la conduce a vivere per 8 anni in una realtà manicomiale. Per buona parte della sua vita, porterà con Sé, o meglio, su di Sé questa etichetta pesantissima per poi scoprire che non era lei.

Il coraggio di dirsi

Assieme a Janet ho condiviso il vivere sensibile, appartenente a entrambe. Si tratta di un canale di estrema percezione che conduce ad osservare e vivere le situazioni sotto un’altra luce in cui i più piccoli dettagli, per esempio, si illuminano acquisendo un’energia e un significato particolari. Questo modo di viversi e percepirsi apre, spesso, a dimensioni solitarie che conducono ad un auto-giudizio di estraneazione dal comune vivere, dalla società.
È come se il mondo si restringesse e si ampliasse allo stesso tempo, dentro il ritmo di un respiro convulso nel quale confluiscono sguardi di dolore, richieste di felicità, sorrisi delicati …
Janet, la chiamo così consacrando un innato legame di confidenza tra me e lei, vive immersa nella Natura selvaggia della Nuova Zelanda dei primi anni ’50 del ‘900.
Ne racconta l’accoglienza, gli abbracci arborei, il mare quale grande interlocutore naturale. Affianco a ciò, Janet narra, senza fronzoli, come l’essere umano abbia usato, sfruttato e abusato di questo patrimonio naturale dialogandoci tramite distorte dinamiche relazionali.
Anche per questo suo dire la Natura, Janet è divenuta per me un’amica oltre lo spazio-tempo.
Anche lei, come i personaggi di Murakami ha vissuto una vita oltre la reale apparenza. Nella sua esistenza pratica molti sono stati i dolori, le incomprensioni, le morti, gli abbandoni. Alla sua tavola però, sedeva sempre un angelo (la scrittura o la poesia) che le ha offerto, per tutta la sua vita, ali e spirito per volare verso l’Oltre.

-Sveva-