Abitare il silenzio

Quando la scrittura prende per mano altri linguaggi

 

Normalmente, non offro mai pubblicamente il mio pensiero in relazione a notizie drammatiche, aventi come fulcro gravi violenze o ingiustizie.
Detto ciò, non posso negare che la morte dell’elefantessa incinta, avvenuta in India, mi abbia particolarmente colpita.
Aborro la tendenza sensazionalista che sta prendendo via via sempre più campo nel recente periodo. Inoltre, trovo altresì inutile prodigarmi in invettive, in polemiche o in aspre critiche volte a mortificare l’umana deriva. Credo che ciò sia già stato appagato dalle migliaia di articoli scritti sulla medesima questione.
Incarcerarsi dietro un mea culpa a danno fatto, credo sia ormai una strada già fin troppo battuta, di stampo tradizionalista oserei dire. Darsi addosso dopo che il latte è stato versato è poco sensato e produttivo per l’animale umano che da molto tempo sbaglia, a discapito altrui, senza compiere una riflessione in anteprima.
Semplicemente, desidero riportare qui alcune riflessioni che mi gravitano per la mente.
Può essere che ciò che dirò risulti confuso in quanto non trovo semplice poter argomentare circa notizie del genere senza scadere nel giudizio o nell’accusa. Ma è ciò che tenterò di fare, scusandomi sin da ora se questo mio intento non fosse chiaro o vi fosse l’impressione da parte del lettore che esso venga, qualche modo, disatteso.

Ho scelto deliberatamente di non informarmi in modo eccessivo sul fatto, attenendomi alla notizia principale. Per cui, per ignoranza volontaria, nulla so circa le motivazioni che hanno sotteso al gesto umano in questione.

Intuitivamente, ho pensato alla difficoltà di convivenza tra specie incastonate in zone del mondo caratterizzate da un’estrema povertà. In questi casi, è palese come la forza della disperazione conduca ad eliminare eventuali concorrenti alle scarse risorse alimentari adottando i più spietati mezzi.
Per questo, non ho elementi sufficienti per considerare l’accaduto come un mero atto di crudeltà.
L’indignazione mondiale espressa per questa morte animale è stata principalmente mediatica, virtuale.
Certo, cosa si poteva fare? Si potrebbe obiettare… del resto, gran parte degli aspetti della vita degli esseri umani si sono traslati su di un piano sempre più tecnologico, astratto e, di conseguenza, sempre meno tangibile. Ciò ha generato un inevitabile scollamento, per cui tutto ciò che accade appare sfocato, come irretito in una nebbia tra realtà e invenzione ma, soprattutto, estremamente fugace e passeggero all’interno del software neuronale dell’uomo

Dentro questo mondo virtuale, tutti noi esseri umani siamo diventati poi abilissimi oratori, esperti di teoria: del rispetto, del riconoscimento della sacralità della vita, degli aspetti di giustizia e così via per gran parte dello scibile umano.
La pratica, invece, viene lasciata agli altri animali, quelli non umani, quelli che da secoli vengono dall’uomo declinati all’imperfetto, ossia non alla stessa sua stregua.
Ancora oggi è così, anche se molto è stato fatto per riconoscere gli altri animali quali esseri senzienti. Il linguaggio ci viene d’aiuto, ancora una volta: molte immagini verbali di comune utilizzo prevedono la difettosa presenza degli animali non umani.
Qualche esempio? Sciocca come un’oca, mangia come un maiale, sembra un orso, solo come un cane ecc…
Per gli aspetti pratici, gli animali diversi dall’uomo sono maestri. Loro vivono nell’immanenza della vita fatta di densa materia, di reali foreste, di reali pericoli, della concreta necessità di un rifugio per riposare e di risorse per alimentarsi.
Loro non hanno una realtà fittizia che li scolloca dalla vita, loro stanno dentro l’esistenza del mondo.
La morte silenziosa dell’elefantessa lo racconta molto bene: è tornata a farsi abbracciare dalla Natura per i suoi ultimi respiri, bagnata dalle fresche acque di un fiume.
È rimasta integra, come individuo, nella sua fierezza animale.
A volte la morte è un atto liberatorio. Più volte, mi sono trovata a pensarlo nell’arco della mia vita, consapevole di violare un potente tabù.
Non nego che anche in questo caso l’ho pensato. Probabilmente elefante madre e cucciolo si sono liberati da questa dis-accoglienza sofferta e violenta dell’uomo povero e impoverito, costretto a calpestare la sua stessa umanità divenendo innaturale, disumano.

Il mondo degli inganni

Quanti grandi discorsi sono stati fatti dall’uomo al fine di sostenere posizioni radicali o, in certi casi estremizzanti, in nome di questo o di quello?

L’essere umano del terzo millennio è perfettamente in grado di riconoscere tutto a parole, ma poi inciampa nella pratica. Forse perché manipolando costantemente i vocaboli che usa, ne rimane ingannato; sono ormai poche le parole che si fanno portavoce di verità, dell’essenzialità delle cose.

Anche per questo si parla oggi di deriva umana come grande calderone che contempla: il consumismo relazionale, le violenze perpetrate ai danni di altri esseri viventi, le dipendenze mediatiche e così via…

A mio avviso esistono due nodi principali su cui sarebbe opportuno riflettere:

  1. Il buon senso perduto: all’uomo moderno piace schierarsi, tralasciando la vecchia cara via di mezzo. Con il termine buon senso intendo la capacità di discernere, di compiere azioni secondo una coscienza in allineamento con il naturale flusso di vita. Tale aspetto va in netta contrapposizione con l’idea totalizzante del tutto o niente, lasciando abbandonate vie, in realtà, possibilmente percorribili;
  2. Incoerenza umana. Il buon senso è strettamente legato con la presa di coscienza di questo secondo aspetto: l’intrinseca incoerenza che caratterizza l’essere umano. L’allineamento tra mente, cuore e pancia è il frutto di un profondo lavoro interiore che denota uno stato di coerenza raggiunto a seguito di impegno costante, sacrificio, osservazione ed elaborazione del dolore personale. Solo pochi, i cosiddetti illuminati, riescono a raggiungerlo. Per quanto riguarda la maggioranza delle persone, invece, trovo che ci sia una profonda inconsapevolezza circa l’incoerenza che alberga dentro ognuno di noi. Tale incongruenza intrinseca non deve essere intesa come un’onta, una colpa, piuttosto come uno stato naturale umano. Infatti, interiormente convivono differenti volontà, spinte, impulsi miscelati in una moltitudine caotica. Tutte queste tendenze che si muovono all’interno di noi stessi vanno a confliggere generando un’incoerenza di pensiero, di azione e di comportamento. Senza entrare eccessivamente in una dimensione introspettiva, è possibile affermare che ciò che non si riesce a conoscere e comprendere dentro di Sé, può sfociare all’esterno attraverso modalità, alle volte, addirittura sconvolgenti.

Il rapporto con gli altri animali (perché all’uomo di oggi, più che mai, occorre ricordarsi delle sue origini come creatura naturale!) è spesso emblema di questa incoerenza.

Abitare il silenzio

Riprendo il titolo di questo lungo articolo. Non esistono soluzioni o suggerimenti da proporre.
Il primo passo per comprenderci meglio, riconnettendoci con noi stessi e con l’ambiente che ci circonda è quello di iniziare a prendere consapevolezza di questi e altri aspetti che ci sostanziano come creature viventi.
Allora qui entra in scena il silenzio e l’ascolto. Perché dove le parole manipolate, rielaborate, strizzate e tritate non riescono più ad arrivare (nel profondo), si innesca un altro tipo di linguaggio, che è muto, non rumoroso. Esso è ancora troppo spesso sottovalutato.
Mi congedo così, silenziosamente, dal contatto con l’elefantessa indiana, risuonato in me come un petardo nello stomaco.
Farsi domande nel silenzio, e ancora, proporle a questa muta dimensione, senza smettere di ascoltare la Natura che chiama a riscuoterci come suoi nuclei dall’essenza animale, questo può essere un buon inizio verso quel fantomatico mondo migliore – paradiso sulla Terra – a cui tutti aspirano.

-Sveva-