Ehi TU,Papalagi!

Una lettura critica per ritrovarsi in un tempo frammentato.

Papalagi – Discorso del capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa

Oggi voglio dare un consiglio di lettura, proponendo il testo: “Papalagi – Discorso del Capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa” (Edizioni Eretica – Stampa Alternativa).
Si tratta di un libricino, dal formato tascabile, non troppo spesso, insomma apparentemente insignificante.
In realtà, Papalagi richiede una lettura attenta e ponderata.
Questo libro ha avuto la possibilità di farsi conoscere nel mondo occidentale grazie a Erich Scheurmann, scrittore e pittore tedesco che per scampare alla guerra, si rifugiò in Polinesia e lì entrò in contatto con la popolazione locale, con una nuova cultura e visione del mondo.
Papalagi, infatti, è la fedele trascrizione delle riflessioni del Capo Tuiavii di Tiavea (una località delle Isole Samoa)
circa la civiltà dei bianchi, i Papalagi appunto. Benchè il testo si riferisca ai primi decenni dello scorso secolo, appare quanto mai attuale.

Scheurmann incontrò il Capo Tuiavii e, lentamente, una volta consolidata la loro relazione, iniziarono a dialogare sui differenti aspetti che caratterizzano il modo di vivere europeo. Il Capo Tuiavii aveva avuto la possibilità di compiere un viaggio per gran parte dell’Europa, durante il quale ebbe modo di osservare e di costruirsi la sua idea circa quel popolo così diverso dal suo.

La somma delle sue riflessioni, il suo Discorso, non è stata così rosea, piuttosto essa si condensa in una dura, ma obiettiva, critica.

Il (serio) gioco dello specchiarsi

Come Erich Scheurmann anch’io sono rimasta colpita dalla precisione delle annotazioni del capo polinesiano.
Dialogando con varie persone, mi sono accorta che vi sono delle conseguenze diffuse e comuni prodotte dal periodo della quarantena.
Come usciti da una fitta nebbia, molti di noi hanno avuto modo di osservarsi, dall’esterno, nel tempo sospeso di una non-vita.
È come se avessimo riunito i pezzi di un grande puzzle o come se ci fosse stata sussurrata all’orecchio una grande rivelazione.
Per questo, credo che la lettura di Papalagi possa aiutare coloro che ora si trovino in bilico per compiere la grande scelta di un cambio vita a 360 gradi o quasi. Il testo di Papalagi offre l’occasione di specchiarsi, di veder riflessa su una lastra la propria vita ordinaria da uomini occidentali civilizzati oppure…

Il testo è caratterizzato da un potente linguaggio, arricchito da molte metonimie. Inizialmente, mi sembrava quasi che stessi leggendo una favola per bambini in cui il cappello si trasforma in casetta per la testa e le scarpe divengono speciali canoe. Ancora, la porta diventa una grande ala di legno e le case cassoni di pietra.
Il linguaggio, dunque, benchè si tratti di una traduzione, arriva forte e chiaro e, soprattutto colpisce nel segno in quanto emerge l’incongruenza sottostante, soprattutto se pensiamo che l’autore era un uomo che viveva completamente immerso nella Natura, scalzo, con pochi vestiti e abitava in una capanna fatta di foglie.
Quanti di noi, negli ultimi anni hanno sognato questo genere di liberazione?

Il mito dell’isola deserta e incontaminata

Il libro ha un secolo esatto di vita. E come abbiamo potuto osservare con i nostri occhi, quel movimento di deriva già evidente nei primi del ‘900, raccontatoci dal Capo Tuavii, si è intensificato, sfociando nel degenero e a dispetto di una maggiore presa di consapevolezza per il popolo bianco.
Quante volte ci siamo detti: “basta mollo tutto, vado a vivere in un’isola deserta?”, ma ci è sempre apparso come sogno impossibile.
Questa è un’idea che molti artisti o autori hanno trattato ed elaborato.
Il mito dell’isola dispersa e incontaminata è giunto fino al grande schermo, per esempio con film come Cast Away.
Alla fine, il protagonista non se la passava tanto male e quando fece ritorno (per la forza dell’amore che lo animava)
nel mondo civilizzato, ha dovuto operare un vero e proprio processo di riabilitazione totale
(mi ricordo la scena in cui era infastidito dal nodo della cravatta!).
Anche il Capo Tuavii si stupisce del modo di vestire del Papalagi, di tutte le pelli che indossa giungendo alla conclusione che lo faccia perché prova un sentimento di vergogna per la sua pelle bianca, tale perché mai esposta alla luce e al calore del sole a causa dei vestiti, appunto.

Minuziosamente, il capo polinesiano prende in analisi diverse tematiche:

  • Il lavoro
  • Il denaro
  • Il tempo
  • Il continuo pensare

che caratterizzano la civiltà degli uomini bianchi.

Per esempio, nel capitolo dedicato al metallo rotondo e alla carta pesante (ossia del denaro), il capo Tuiavii racconta: “Devi pagare, che significa dare soldi, per il terreno sul quale cammini, per il posto dove sta la tua capanna, per la tua stuoia da notte, per la luce che illumina la tua capanna. Per sparare a un piccione o per bagnare il tuo corpo nel fiume. Se vuoi andare dove gli uomini si divertono, dove cantano o ballano, o se vuoi chiedere un consiglio al tuo fratello, devi dare morto metallo rotondo e carta pesante. Devi pagare per tutto. […] Devi pagare per la tua nascita, e quando muori la tua famiglia deve pagare per la tua morte e perché il tuo corpo sia messo nella terra, e deve pagare per la grande pietra che si fa rotolare sulla tomba in tua memoria.”(da Papalagi – Discorso del Capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa – pag. 24 – 25).

Inevitabilmente, il denaro influenza tutti e noi Papalagi non lo riteniamo per niente pesante anzi più ne abbiamo meglio è. In realtà, trovo che la pesantezza di questa carta, che pensiamo ci possa conferire un certo potere, sicurezza e benessere, sia reale a livello inconscio e profondo in quanto alimenta molte delle nostre paure. Basti pensare a quando troviamo qualche piccola moneta o banconota per terra, subito ci sentiamo fortunati, o quando vinciamo una piccola somma a qualche improbabile lotteria!

Proseguendo nella lettura, sono rimasta altrettanto colpita dal capitolo dedicato al tempo e all’attività del pensare: macina costante che non vede né inizio né fine nella nostra testa.
La spinta a conoscere, che ha riempito intere biblioteche con quelle che il capo Tuiavvi definisce le molte carte (i libri), non lascia più spazio al manifestarsi del mistero nelle nostre vite da civilizzati. Del resto, c’è una grande differenza tra l’erudizione, l’acquisire nozioni sempre più numerose e complesse e l’arte del sapere che, spesso, come oramai è noto, passa attraverso altre vie, tra cui quella del cuore, della percezione, del sentire con tutto il corpo.

L’uomo europeo è un animale stanco

Quando il capo di Tiavea, che spesso si auto-definisce servo umile, parla di capanna e di stuoia, ho avvertito un forte senso di libertà. Questo perché mi ha subito rimandato all’idea della semplicità della vita che in realtà contiene già tutto, che è perfettamente completa.
Probabilmente, questo sentire è connesso alla mia sempre più crescente estraneità al cosiddetto mainstream system che, come una valanga, passa e risucchia tutto e tutti.
Il libro non offre soluzioni, ma mostra fatti e un semplice confronto tra modalità di vita differenti, sotto un’altra lente.

Inoltre, credo che il linguaggio estremamente semplice tramite cui i concetti vengono descritti con parole che li spogliano, mostrando ciò che sono in realtà, la loro nuda essenza, sia uno strumento molto impattante per il lettore.

Ma, come sempre, tutte le riflessioni e le interpretazioni sono lasciate ad ognuno.

In calce al testo, sono presenti delle immagini degli abitanti delle isole Samoa. Guardandole, forse, i Papalagi di oggi possono accorgersi di essere animali (umani) in quanto creature della Terra, in connessione con gli elementi della Naura, ma al contempo, stanchi ed impoveriti da decenni di vita sempre più artificiale. È una riflessione banale, che tutti conosciamo ma di cui pochi ne hanno preso reale coscienza. Perché questo richiede coraggio, un atto di cuore, ma è un’altra storia …

Torno a osservare le immagini dei popoli delle Samoa, chiedendomi come non desiderare di poter vivere così: al naturale, sorridenti, nudi, se stessi, avvolti dalla foresta ancora vergine, incontaminata.

-Sveva-