Il congiuntivo fuggitivo

Nello scorso appuntamento di Parole dal Bosco, un congiuntivo ha barattato il suo posto nella frase con un presente indicativo.
Si trattava di “riempie”, scampato alla temibile correzione, al cambio di una vocale che avrebbe meglio onorato la frase.
Il Signor Riempia aveva quindi necessità di avventura, di colmarsi – è il caso di dirlo – di qualcosa di nuovo. Probabilmente, anche lui vittima di questa quarantena, zitto, zitto è sgattaiolato via dalla frase, facendo crollare tutta la sintassi.
In fondo, l’esimio presente indicativo riempie, non manca mai di fare un’ottima figura; resta sempre il più usato, soprattutto nella lingua parlata che, oramai molto spesso, sconfina con quella scritta. Riempie è il tempo semplice, del qui e ora, pure zen e discretamente meditativo, dunque cosa volere di più?

L’ironia dell’errore

Lo sbaglio del congiuntivo mi ha fornito un buon assist letterario (ma forse anche esistenziale) che ho voluto cogliere al volo! Mi ha stuzzicato la voglia di riflettere sulla parola errore e su ciò che, naturalmente, essa possa rappresentare.

Sovente, il concetto di errore è inviso, allontanato e perfino deriso da molti.

L’errore mette in imbarazzo.

L’errore scatena paurosi sensi di colpa.
Ancora, l’errore è faticoso: spinge a rimediare lo sbaglio provocato, per cui è molto meglio evitarlo!
Si ride sempre troppo poco dei propri errori.
Si preferisce analizzarli, vivisezionarli in tutte le loro parti, giudicarli, soprattutto quelli degli altri, che magari subiamo, per alimentare un senso di infelicità, di sofferenza, foss’anche per avere qualcosa da raccontare durante una chiacchierata tra amici.
Si fatica a buttarsi i propri sbagli alle spalle. Non è per tutti così, ovviamente, ma l’ironia che si utilizza in relazione agli errori è sempre un po’ amara.
Abbiamo smesso di errare con noi stessi, di prenderci teneramente in giro nel nostro non essere perfetti…

Che cos’è l’errore?

“Errare humanum est” recita la famosa locuzione latina. Ma, spesso, questa affermazione è accompagnata da un sospiro e da un ampio movimento sconfortato delle braccia, soprattutto pensando alla sua chiosa: “perseverare autem diabolicum”.
Sicuramente, non sarà per la temibile locuzione latina, che la lingua antica concorre a rendere ancora più austera e imperativa, ma l’impressione è che ci sia una tendenza a scansare l’errore. Una tendenza anche un po’ patologica che mira dritta, dritta a forme di perfezionismo che, definirei, oltre-umane.
Ciò comporta, a mio avviso, un allontanamento sempre più progressivo da noi stessi, ingigantendo la pericolosità dell’errore e inducendoci a camminare sul filo del famoso rasoio. Questo, dal canto suo, si fa sempre più sottile e tagliente. Insomma, l’errore è qualcosa da evitare il più possibile nell’ottica mitizzata della perfezione a tutti i costi, così diffusa nell’epoca contemporanea: corpi perfetti, prestazioni perfette, relazioni perfette e così via…

M quanto vera?

Quando l’errore si fa opportunità, ovvero riconsiderare il fallimento.

L’accezione di diffusa negatività che si trascina, pesante, dietro di Sé il Signor Errore, lo impoverisce della sua intrinseca natura esistenziale, lo fa allontanare dalla vita e, assieme ad esso anche noi, in quanto umani che errano, ci separiamo sempre di più dalla nostra esistenza ed essenza interiore.
In realtà, l’errore può rappresentare anche un’opportunità, incarnando quella via che non avevamo contemplato, ascoltando quel malessere che gira dentro e che ci fa sentire un po’ stonati.
Forse, è anche istintuale rifuggire da quelle che si considerano difficoltà, dagli errori tout-court in quanto essi si fanno espressione di disagi che si manifestano. Come matasse che hanno voglia di srotolarsi, gli errori- disagi richiedono impegno intenso, prolungato, compassionevole che non tutti sono disposti o pronti a dedicar loro.
In questo mondo fantasioso di sbagli con le gambe che errano per infiniti sentieri che mi sono immaginata, è presente anche il fallimento, il compagno di banco dell’errore.
Fallire (etimologicamente deriva dal latino “fàllere” e immediatamente viene in mente il verbo irregolare inglese “to fall/fell/fallen”), significa rendere sdrucciolevole, cadere. Errando su questi sentieri erronei, mettendo il piede in fallo, si cade. La terra sostiene e, seppur accartocciati per il capitombolo, abbiamo mai provato ad alzare gli occhi per osservare il mondo da quella visuale “più bassa”? Tutto sembrerà più grande, più vasto, ma anche più possibile.
Dunque, riconsiderare il fallimento come una nuova prospettiva di vita, come una diversa visuale, sicuramente divergente.

Errando si scoprono parti di Sé

I giochi di parole, seppur molto intuitivi, sono acuti portatori di profonde verità.
Errando è il gerundio del verbo errare che significa sbagliare ma anche vagare, esplorare.
L’errore è un tentativo dorato, dunque, perché non perseguirlo?
L’errore è la giusta strada verso la propria casa.
La casa personale, che ognuno si crea. Qui, la intendo come il luogo in cui star bene. Per estensione, la casa si fa un tempo-spazio vissuto a pieno, insomma la propria esistenza, entro la quale si erra continuamente alla ricerca di Sé.
L’errore è il miracolo che apre alla Vita!
Per favore, la prossima volta che lo incontri, guardalo e sorridigli!

-Sveva-