L’articolo difficile

E (forse) una sua sintesi

 

Un incontro di intenti

Qualche tempo fa, curiosamente si sono incontrati al mio cospetto due personaggi molto differenti tra loro.
Coraggiosi e determinati sostenevano, la medesima tesi: esiste ancora il poeta e la possibilità di fare poesia?
Le figure di cui vi sto raccontando sono Osho e Eugenio Montale.
Entrambi, seppur in modi e contesti differenti, offrono al lettore il dubbio se la poesia sia morta, finita.
Se essa si sia trasformata in una mera produzione volta al consumismo (culturale, valoriale), perdendo la sua originalità di frutto creativo.

Una questione di delicate spine

Osho, maestro di spiritualità di origini indiane nonché personaggio discusso per le sue affermazioni anticonformiste, esprime il suo pensiero sulla figura del poeta.
Si tratta di parole forti, intense che, inevitabilmente, mi viene da dire, spingono a un risveglio, ridestando chi legge a attivare la propria bussola interiore in cerca di un guizzo di criticità interna.
Osho afferma:
il poeta è morto, il poeta è il ponte tra lo scienziato e il mistico: quel ponte è scomparso.”
Personalmente, mi ha molto colpito la parola ponte.
Quante volte ci pensiamo come ponti verso l’Altro, verso l’Intorno, ossia il contesto che ci circonda, ma anche verso noi stessi?
Inoltre l’affermazione di Osho risulta essere, a mio avviso, molto acuta. Individua il poeta come la congiunzione, un ponte, appunto, attraversabile posto tra lo scienziato (colui che misura e osserva) e il mistico (colui che ha profonde e lungimiranti visioni su una realtà oltre, non ancora visibile e vivibile).

Come dargli torto?

Al contempo, però, il maestro indiano denuncia il crollo dello stesso ponte. Infatti, poco oltre prosegue:
Con poeta intendo l’artista, il pittore, lo scultore: tutto ciò che nell’essere umano è creativo, è stato progressivamente ridotto a mera produzione di merci, di beni di consumo, di comfort. Il creativo sta perdendo la sua presa sull’umanità, e la produzione sta diventando lo scopo della vita intera. Anziché valorizzare la produttività, noi apprezziamo la produttività: non facciamo che parlare di come produrre di più; ma la produzione può fornire, oggetti, merce, non può dare valori.”
(brani tratti da “La Verità che cura” – Oscar Spiritualità – Mondadori).

Parole che risuonano

Il discorso di Osho ha un effetto rimbombante; è possibile contraddirlo?
Oramai tutto è divenuto comprabile e vendibile, anche le nostre parti più interiori, più profonde, senza esserne troppo consapevoli, sono esposte in bella mostra sui banchetti dei social network e così via.
Personalmente, trovo le parole di Osho come un potente monito: riscoprire il piacere del fare arte, nello specifico, dello scrivere, fine a se stesso ma soprattutto per se stessi.
Credo sia una questione di equilibri: dove decidiamo di poggiare il fulcro per fare leva? Sul sensazionalismo letterario oppure sulla condivisione più umana della parola che, in questo senso, assume anche una valenza pedagogica, in quanto formativa e trasformativa?

Il successo a tutti i costi

Il 12 dicembre del 1975, Eugenio Montale espone il suo discorso dal titolo “È ancora possibile la poesia?”,
in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura all’Accademia di Svezia.
Montale, figura letteraria di spicco del secolo scorso, refrattaria alla deriva consumistica della sua epoca,
alla quale ha sempre faticato ad adattarsi, esprime i suoi dubbi in merito a una tendenza di uso deteriorante delle forme artistico – culturali.

Ecco un piccolo estratto del suo discorso:
Evidentemente, le arti, tutte le arti visuali, stanno democratizzandosi nel senso peggiore della parola. L’arte è la produzione di oggetti di consumo, da usarsi e da buttarsi via in attesa di un nuovo mondo nel quale l’uomo sia riuscito a liberarsi di tutto, anche della propria coscienza. […] Ma perché oggi più che mai l’uomo civilizzato è giunto ad avere orrore di se stesso?
(brano tratto da “Eugenio Montale Poesie” – Fondazione Corriere della Sera)

Pare che anche Montale denunci il fenomeno della mercificazione artistica, includendo, ovviamente, anche la poesia che si fa espressione non solo uditiva ma anche visiva.
Egli auspica al risveglio di una poesia dormiente, intrisa dell’essenzialità dell’umana natura, delle varie sfumature emozionali delle vicissitudini agite nel proprio interno e che trovano significato attraverso la forma poetica.
Insomma, una poesia che viene da mondi altri e con la quale è importante porsi in dialogo con il rispetto e l’apertura di cuore,
non badando alle classifiche di vendita o ai trend dettati dalla moda culturale.
Infine, Montale ricorda che la poesia è un’arte aperta a tutti: per iniziare basta un foglio bianco e una matita.
Dipende poi come si procede: se si lascia che questo foglio sia un vergine ricovero per una particolare espressione della propria autenticità oppure se lo si riempie di parole che hanno l’obiettivo del successo esteriore…

Preservare una purezza di fondo

Concludo questo difficile articolo, intriso di dubbi, contraddizioni e , se vogliamo, anche di questioni esistenziali, proponendo una sintesi.
È fresco, per me, l’incontro con questa autrice conosciuta e riconosciuta per le sue opere poetiche e narrative.Sto parlando di Janet Frame.
L’ho conosciuta leggendo un articolo a lei dedicato nel tempo sospeso di una sala d’attesa di ospedale.
La sua storia mi ha molto colpita. Una donna molto sensibile che ha passato la sua vita a liberarsi da tutte le etichette imposte dagli altri ma in un certo senso anche da se stessa. Una vita, la sua, adoperata alla scoperta di sé nella completa accettazione della sua diversità.
Per questo trovo che la Frame sia una figura che si fa simbolo emblematico e compendio di quanto detto sopra:
esprimere la propria diversità in un mondo omologato e omologante è un atto di estremo coraggio.

Un’esistenza difficoltosa ma guidata dalla costante e tenue luce del proprio puro intento: quello di scrivere per essere nella vita, per sopravvivere, per salvarsi, per respirare.
La Frame mi ha messo davanti agli occhi l’essenzialità della vita: vivere con poco, con ciò che basta per nutrire la propria fiammella interiore. E poi, tornare alle origini. Janet era neozelandese e, personalmente, anche la vastità del verde-natura della Nuova Zelanda mi ha profondamente risuonato.
Concludo lasciando a Montale la parola, in questo dialogo a più voci che ho intavolato evocando le intenzioni spirituali di tutti questi autori.
In conclusione del suo discorso, Montale afferma: “Si potrebbero moltiplicare le domande con l’unico risultato che non solo la poesia, ma tutto il mondo dell’espressione artistica o sedicente tale è entrato in una crisi strettamente legata alla condizione umana, al nostro esistere di esseri umani, alla nostra certezza o illusione di crederci esseri privilegiati, i soli che si credono padroni della loro sorte e depositari di un destino che nessun’altra creatura vivente può vantare.”