L’apoftegma del materico e la magia del dialogo con l’opera.

In antitesi con il neoespressionismo che si dedica dagli anni ’70 al recupero della figura umana e all’esaltazione del disturbo e dell’ inquitudine attraverso la deformazione, l’arte del materico, più vecchia e comunque più attuale si colloca prepotentemente in una nicchia eterna ed intoccabile tra i ranghi delle eccellenze divine della comunicazione e dell’espressione.

E’ innegabile quanto, a differenza di altri approcci, espleti una funzione di magnetismo determinando attraverso la sola presenza, l’ambiente stesso e dettandone le dinamiche comunicative.

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Anselm Kiefer di fatto scolpisce le sue tele con un machete divenendo intermediario e fautore del modo in cui vivrà l’opera stessa in relazione al pubblico.Ci basti pensare  quanto, a livello sensoriale, rievochi in noi un inconscia voglia di compiere la stessa azione o anche solo di toccare l’opera o di staccarne un pezzo.
Oppure Burri che sciogliendo, logorando e disgregando ci travolge rendendoci complici emotivamente del suo stesso gesto espressivo.
La differenza tra chi non pratica l’arte ed artista; sta nel fatto che l’artista debba essere anche alchimista, oltre, ad assumersi il coraggio e la responsabilità del gesto compiuto al fine di generare comunicazione ed empatia.

La magia del dialogo con l’opera accade quando la materia è portatrice intrinseca e custode del messaggio, quando l’essenza intima ed elementale di ciò che costituisce la terra viene messa a nudo davanti al nostro bisogno di nutrirci, guardarci e guarirci dentro.

 



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