Tabula Rasa

Il concetto di contemporaneità.

Questa tanto blasonata parola, utilizzata quasi come malta cementizia per delineare cosa ci appartiene più di qualcos’altro.
Forse più vicino al termine “moda” ci è così caro definire coevo tutto ciò che ci appare appropriato di quanto troviamo al banchetto del pubblico consenso e del gusto comune.

E’ altresì corretto utilizzare il termine contemporaneo in arte?

Una pratica di andate e ritorni concettuali atemporali, dove la ricerca e la sperimentazione esigono ogni volta una ripartenza dalle radici di epoche stilisticamente più all’avanguardia di quella odierna, può necessitare di una suddivisione in periodi marcati da bandierine di inizio e di fine o deve necessariamente esser considerato un flusso continuo ed eterno?

„[… ] io buco; passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere [… ] invece tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero io ho costruito, non distrutto.“
– L.Fontana –

Forse se veramente stiamo andando verso la destrutturazione delle convenzionalità e dei connotati di ciò che consentiva di preservare una comunicazione con lo spettatore, dovremmo riedificare un nuovo metalinguaggio, che non dedichi più i sui sforzi a cercare esclusivamente di trasmettere, ma piuttosto di richiedere, esigere, il coinvolgimento attivo di chi osserva.

E’ pur sempre valido il dogma “Ignorantia legis non excusat” ma in qualche modo l’ “Ignorantia artis” è proprio quella che consente di demarcare il confine tra cosa sia arte e cosa no e di essere lo stimolo, la vitamina per propellere verso l’innovazione.

Lucio Fontana, spesso selvaggiamente criticato nel tempo, superando la distinzione tradizionale tra pittura e scultura attraverso i suoi tagli nelle tele aveva compreso la necessità di andare oltre, di dover produrre, abbattendo le barriere dimensionali, riuscendo ad elevare le sue opere e lo spettatore a parti integranti dell’ambiente stesso.
Ma se già dal Manifesto Bianco l’arte si trovava  a necessitare l’inserimento dello spazio e del tempo con urgenza per uscire da un vicolo buio, oggi ancor più di prima avremmo bisogno di nuovi Roberto Crippa o di figure che si occupino in maniera evolutiva di una ricerca polimaterica non tematica.

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