Ex Arte e la lobotomia del business da parete

Questa volta vogliamo scrivere un articolo più informale, senza tanti tecnicismi e leziosità.Nessun cenno storico a corredo, ne tanto meno citazioni.

Lo facciamo perché riteniamo che oltre a dover divulgare “ciò che va saputo” o a dibattere su problematiche e argomentazioni ricorrenti inerenti il mondo dell’arte, sia dovere di un canale che promuove la creatività come benessere collettivo ed indipendente dalle conclamate reti commerciali, che si dimenano viscide ed aguzzine per speculare monetariamente sul mercato della privatizzazione intellettuale, pronunciarsi su quei punti di vista che di rado vengono sguainati per non incorrere nella critica o nel giudizio d’etichetta.

Qualche giorno fa, girovagando sul web, ci appare un articolo il cui intento era quello di esplicare i vari passaggi di correlazione del filo conduttore tra artista, gallerista e collezionista.
Tradotto in una parola: business.

Da subito il primo pensiero è stato quello di comprendere se la vera necessità di quell’ articolo celasse dietro ad una forma di “tutorial” un più probabile bisogno di creare un contenuto sufficientemente accattivante da fungere da richiamo per gli usignoli.

Leggendo troviamo invece una paragrafatura tecnicamente e linguisticamente ineccepibile, ben strutturato e con una ritmica degna di un romanzo.
Venivano minuziosamente affrontati tutti gli aspetti e le dinamiche del ciclo dell’opera, dall’ideazione alla parete, con tutti gli aspetti che potevano intercorrere tra una fase ed un altra.

Passano i giorni e nel frattempo abbiamo una serie di incontri con svariati artisti, alcuni emergenti e alcuni già affermati.

Parlando del più e del meno ad ogni conversazione avvertiamo, in maniera velata, una costante: in ognuno di essi permane una sorta di insoddisfazione, disillusione e costernazione.

Cerchiamo di spingerci più a fondo per capire quale sia la natura di così tanto rammarico, ma non è necessario, nessuno di loro si esime dal palesare una delusione nella risposta del pubblico all’arte contemporanea.

  • “C’è troppa incomprensione”
  • “E’ diventata una realtà confusa e di pochezza”
  • “Le idee sopravvivono al mestiere prostrandosi al marketing”

Riaffiora il ricordo dell’articolo letto qualche giorno prima e gli stati d’animo si sovrappongono, poi si mescolano, fino a diventare una fangosa melma putrescente che assilla la nostra mente.

Come hanno potuto permettere che l’Arte si spingesse a diventare questo ammasso informe che ci propinano con così tanta veemenza oggi?

Rimaniamo sgomenti e sorpresi di un pensiero che portavamo con noi silenzioso ed abbandonato in un angolo buio da tempo, come fosse una scoperta e una notizia tutta nuova.

Così, in maniera molto infantile, ci risale un po’ di tristezza, a noi che con la nostra lancia, maldestri e distratti, ogni giorno cerchiamo ancora i nostri mulini a vento e crediamo ancora in qualche cosa.

Poi viene prontamente divulgata la notizia del Banksy a fettine e bla, bla, bla… 

Arriva un irritante brivido lungo la schiena, come un fastidio in un punto in cui non ti riesci a grattare ed ecco la risposta.

Non può e non potrà mai esistere un ciclo di vita dell’opera genuino ad alto livello perché è la stessa società moderna a chiedere di essere imboccata dalla mano di coloro che sapientemente tirano i fili, la gente non ha più voglia di pensare ma desidera che ci sia qualcuno che lo faccia al posto suo e che in maniera rassicurante gli dica: “Non ti preoccupare questo è quello in cui devi confidare. Guarda, lo fanno tutti…”

E’ così che nascono grandi artisti che non hanno un volto, è così che quando si entra in una galleria non si sa più se la targa della toilette sia un opera appesa ad una porta o meno ed è sempre così che quando incontriamo disinformazione giustificata ci fermiamo ugualmente a leggere, ascoltare, guardare.

In conclusione, il pubblico dovrebbe comprendere che non è importante dover delineare forzatamente cosa è arte e cosa no, o attaccarsi all’idea che un concetto possa surclassare l’esecuzione a tal punto da divenire esso stesso opera.Forse questo poteva avere senso in tempi addietro ma oggi serve uno sforzo maggiore.

Viviamo nell’epoca della brandizzazione e finché questa verrà sostenuta dall’approvazione popolare, il panorama artistico continuerà a sanguinare copiosamente fino a collassare.

E’ necessario chiedersi cosa è importante per noi, cosa vogliamo che l’arte trasmetta affinché essa stessa possa riavvalersi di una “funzione” oltre che di mera rappresentazione.

Tags:
,


ante. luctus leo vulputate, amet, adipiscing libero dapibus