HORROR VACUI

Parlare di vuoto è un atto estremamente complicato.
Inevitabilmente ci scontriamo con cliché e luoghi comuni; ancora peggio cadiamo in quello che riduttivamente chiamiamo “ banalismo ”dei nostri tempi.
Cosi’ facendo diventiamo superficiali, ridicoli a tratti.

Aristotele sosteneva che “la natura rifugge il vuoto“, o meglio che ogni elemento in natura cerca costantemente di riempire il vuoto. Ogni gas o liquido tenta costantemente di riempire ogni spazio, evitando di lasciarne porzioni vuote.

( Horror vacui ‹òrror vàcui› [Lat. “orrore del vuoto“] )

Da questo atteggiamento quasi patologico (che porta lo sventurato artista a riempire in modo compulsivo ogni parte della sua opera) si genera una tendenza morbosa e eccessiva, in cui l’arte ricerca una pienezza e un vigore innaturali.

L’equilibrio non è fatto solo di proporzioni geometriche che abbuiano ogni spazio.

Come nella vita una giusta armonia è composta di pieni e di vuoti.

Forse potremo sentirci “Inadatti “essere contrari alle teorie aristoteliche, ma credo che sia necessario il buio quanto la luce, il silenzio quanto il caos e infine il totale rispetto al parziale. Contemplare la semplicità di un paesaggio spoglio, o la capacità dell’uomo di manifestarsi spiritualmente attraverso la via del vuoto. L’essenza che si manifesta solo attraverso l’assenza.

Gli spazi vuoti, gli orizzonti vuoti, le pianure vuote, tutto quello che è spoglio mi ha sempre profondamente impressionato.
(Joan Miró)

Apriamo le mani, possiamo ricevere ogni cosa. Se siamo vuoti, possiamo contenere l’universo.
(Buddha)

 

Adele-Bloch-Bauer-ritratto-Klimt

– Il Ritratto di Adele Bloch-Bauer, olio su tela (138 cm x 138 cm) Gustav Klimt 1907-

L’opera, di formato perfettamente quadrato, ritrae Adele Bloch-Bauer: si tratta della figlia dell’imprenditore Maurice Bauer, poi convolata a nozze con il figlio del barone Bloch, un importantissimo industriale dello zucchero grazie al quale consacrò la propria affermazione sociale.

Il Ritratto di Adele Bloch-Bauer I è una delle tele più significative e celebri del cosiddetto «periodo d’oro», quella fase artistica klimtiana che presenta per l’appunto un intenso utilizzo del colore oro, che qui con la sua lucentezza innonda l’intera tela.
In questo modo, Adele viene trasformata da Klimt in un idolo pagano, avvolto da un’atmosfera di atemporalità e di estraneazione dal mondo; tale effetto è accresciuto dal fulgore dell’oro, per via del quale l’opera cessa quasi di essere un dipinto, assurgendo a dignità di gioiello.
La figura è incastonata in uno sfondo vibrante di luce, che altro non sembra il riverbero del fulgore dell’oro; questo uso eccessivo, soffocante del “metallo” lascia supporre come volesse bandire l’idea di profondità, di spazio.

– Una fuga continua dalla condanna del vuoto, dal sipario della “fine”. –

-Federico Baratta-